lvchi venere

LVCHI Venere: tenete a mente questo nome. Nei prossimi anni noi appassionati di automobili dovremo abituarci a due realtà inoppugnabili. La prima: non si potrà prescindere dalla propulsione elettrica. La seconda: la Cina ricoprirà un ruolo sempre più da protagonista anche in questo settore, in parte proprio per lo sviluppo delle alimentazioni elettriche, dati i forti investimenti compiuti nelle tecnologie ad esse collegate e nell’accaparramento delle fonti delle conseguenti materie prime (metalli preziosi per le reazioni chimiche delle batterie).

Già oggi cominciamo a vedere con frequenza crescente ideogrammi dove prima non ce li saremmo mai aspettati, ad esempio nelle auto sportive. Un esempio interessante è stato esposto durante il Salone di Ginevra 2018. Si chiama LVCHI Venere. Attenzione alla lingua: Venere, in italiano, non Venus né il suo corrispondente mandarino. Perché i cinesi ci hanno messo i soldi ma progettazione, design e realizzazione sono italiani.

LVCHI Venere al Salone di Ginevra

Forse a volte non ce ne rendiamo conto ma quando si tratta di bellezza, e un’auto sportiva di tipo gran turismo deve essere bella se vuole avere successo, l’Italia è ancora la prima nazione al mondo.

Leggendo la brochure illustrativa della Venere si nota un piccolo dettaglio che dovrebbe farci riflettere e magari abbandonare il viziaccio di disprezzare noi stessi: di solito i prodotti cinesi commercializzati per conto proprio e non per le multinazionali occidentali tendono a porre in massima evidenza la propria “cinesità”, anche quando rielaborano (sì, copiano, come del resto fanno tutti gli altri) idee altrui.

Nel caso della Venere invece è scritto a caratteri grandi e posto in primo piano “Italian Design”. Perché il valore aggiunto del Made in Italy è immenso.

Commistione tra Cina e Italia

La LVCHI Venere è stata concepita e portata alla luce da I-DE-A Institute, azienda di Moncalieri (Torino) facente parte di LVCHI Auto, quasi neonato costruttore (fondazione nel 2016) la cui sede è a Shangai; possiede centri di ricerca anche a Pechino, Coventry e nella Silicon Valley.

La I-DE-A (va bene anche Idea) è nata nel 1978, fondata da Renzo Piano e Franco Mantegazza. Inizialmente collaborò strettamente con la Fiat. Esempi produttivi furono la Tipo, la Tempra, la Lancia Dedra. Successivamente l’azienda è passata più volte di mano, fino ad una profonda ristrutturazione nel 2012. Oggi si dedica alla progettazione ad ampio raggio di veicoli: a quattro o due ruote, passeggeri, agricoli, commerciali, elettrici e ibridi.

Il progetto della Venere

Il progetto della Venere è stato realizzato da un team che porta la firma soprattutto di due uomini: l’ingegner Giorgio Stirano (progettista delle Osella di Formula 2 e Formula 1 negli anni ’80) e il giovane designer Andrea Musizzano, il quale ha un passato in Alfa Romeo.

Quattro motori elettrici

Questa vettura è una berlina di lusso a quattro porte, quattro posti e alte prestazioni. Avevamo detto che è un’auto elettrica? No? Lo diciamo ora. Non uno ma quattro motori elettrici, due per asse, costituiscono il powertrain della Venere.

Prima di addentrarci nei dettagli tecnici, specifichiamo che non si tratta di una hypercar, nonostante la potenza strabordante. Le rivali non sono Bugatti o Pagani ma Porsche Panamera e Maserati Quattroporte, come dichiarato dall’amministratore delegato di LVCHI Italia, Domenico Morali. E anche Tesla Model S, aggiungiamo noi.

Il design

Prima però ammiriamo il design. La LVCHI Venere è indiscutibilmente italiana. La definizione “berlina” le sta piuttosto stretta. Come dimensioni è certamente una limousine, data la lunghezza di 5.150 mm, il passo di 3.040 e la larghezza di 2.120. Ma il look è più da coupé, data l’altezza di soli 1.418 mm.

Soprattutto il cofano lungo, lo spiovente del tetto molto dolce che si raccorda ad una coda cortissima, la linea di cintura parecchio alta, la pulizia delle linee che fa tanto anni ’60. I gruppi ottici invece sono certamente contemporanei, proiettori a boomerang e al posteriore fanali che ricordano un po’ l’Audi ma più discreti e meno spigolosi.

Anche l’aerodinamica è poco invadente. Qui la preferenza è stata data all’efficienza piuttosto che al carico verticale. Niente ali, solo un timido estrattore per dare una certa stabilità senza esagerare. Perché la Venere non è pensata certo per i tempi sul giro. L’obiettivo era costruire un’auto elettrica sicuramente molto potente e veloce ma anche in grado di mantenere un’autonomia adeguata ad un utilizzo da gran turismo. Gli interni sono invece molto tecnologici e futuristici. Si contano ben 12 display, di cui sei touch. I materiali sono decisamente lussuosi.

I motori

Arriviamo dunque a quello che si trova sotto. I quattro motori elettrici erogano una potenza complessiva di 740 KW, pari a 1.006 cavalli (pur sempre superiore a laFerrari e Veyron prima maniera). La coppia massima è altrettanto sbalorditiva, per noi che siamo abituati a benzina e diesel: 1.540 Newton metri, sempre.

Nonostante la monoscocca in fibra di carbonio, il peso è imponente: 2.100 Kg. Tuttavia la Venere riesce comunque ad accelerare da 0 a 100 in 2,5 secondi. La velocità massima invece è contenuta a 286 Km/h. Data quella potenza ci si sarebbe aspettato qualcosa almeno in zona 350 Km/h.

Non era il caso; intanto perché 286 bastano e avanzano, tanto nessuno che non sia un pilota professionista sarebbe capace di avvicinare quelle zone in sicurezza. Ma soprattutto perché si voleva mantenere un’autonomia accettabile per viaggi medio-lunghi. Vengono indicati 652 Km, grazie all’esteso pacco batterie dalla capacità di 100 KW (da qui le oltre due tonnellate di peso).

Aggiungiamo all’italianità della LVCHI Venere altri tre componenti fondamentali: pneumatici, cerchi e freni, a cura della triade Pirelli-OZ-Brembo. LVCHI conta di raggiungere una produzione fra 250 e 500 esemplari all’anno. Il prezzo oscillerà tra 250 e 300.000 euro. Arrivo sul mercato previsto nel 2019. (visitate il sito ufficiale)

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