Pneumatico radiale

Lo usiamo tutti i giorni, probabilmente senza farci caso: è il pneumatico radiale. Da un certo punto di vista non possiamo vederlo, nel senso che la sua caratteristica fondamentale si trova all’interno della gomma. Questa tecnica costruttiva ha rivoluzionato il modo in cui le nostre automobili affrontano la strada; ha reso notevolmente più sicura la marcia, quindi ha migliorato la vita di tutti noi.

Pneumatico radiale spiegato a chi non ne sa nulla

Perché oggi tutte le autovetture montano pneumatici di questo tipo, nonché mezzi pesanti e anche trattori. Settant’anni fa, nel lontano 1946, la Michelin fu la prima a brevettare il pneumatico radiale. Grazie ad esso l’azienda francese s’impose su tutti i mercati e alla fine degli anni ’70 diventò il primo costruttore mondiale di pneumatici, restando ancora oggi una delle case più importanti. (Michelin: la storia dei fratelli e il caucciù)

Che cos’è

Cerchiamo di spiegare in termini semplici di cosa si tratta. Per farlo è necessario osservare la struttura interna del pneumatico. Esso è costruito a strati. Quello che ci interessa in questo momento è la carcassa. Essa si colloca tra lo strato interno (quello che si appoggia al cerchione e sigilla lo pneumatico, permettendone il gonfiaggio) e il battistrada. Il suo compito è sopportare tutte le forze che agiscono sullo pneumatico; deve inoltre assorbire i movimenti derivati dalla pressione di gonfiaggio, contribuendo al comfort di marcia. Per ottenere questo scopo, la carcassa è composta da ulteriori strati formati da trame, dette tele, di fili intrecciati tra loro. I fili possono essere di vari materiali, come poliestere, nylon o kevlar.

Il passato

Prima dell’avvento del pneumatico radiale, queste tele erano disposte diagonalmente rispetto all’asse mediano dello pneumatico, cioè alla direzione di marcia. Il loro vantaggio era una maggiore robustezza agli urti laterali; invece non offrivano un’adeguata resistenza alle alte velocità. Da quando il radiale si è diffuso, le tele diagonali sono rimaste utilizzate prevalentemente sui pneumatici per uso agricolo.

Invece la carcassa di un pneumatico radiale ha le tele intrecciate da fili disposti perpendicolarmente alla direzione di marcia. Si chiama radiale perché i fili partono da un ideale centro della ruota, costituendo quindi dei raggi di un cerchio. Sopra lo strato della tela di fili radiali, si trova un secondo strato composto da fili d’acciaio, a rinforzare ulteriormente il tutto.

Maggiore aderenza

Queste caratteristiche permettono ad un pneumatico radiale di avere maggiore aderenza in accelerazione, in frenata e in curva. Di conseguenza è ideale per l’impiego ad alta velocità. Inoltre offre una minore resistenza al rotolamento, consentendo quindi di consumare meno carburante. Dura anche molto di più di un pneumatico convenzionale. La lettera R che leggiamo sul fianco accanto alle misure, indica proprio che si tratta di uno pneumatico radiale. Se fosse a tele diagonali, avrebbe la lettera D.

Il primo pneumatico radiale è datato 1952

Il primo pneumatico radiale uscito sul mercato si chiamava Michelin X. Era il 1952. Da quel momento la progressione fu inarrestabile in Europa e in Asia. Negli Stati Uniti ci volle più tempo, perché fu fortissima la resistenza dei produttori locali. La Ford ne ruppe il dominio, adottando i radiali Michelin nel 1970 per la Lincoln Continental. In pochi anni anche in America questa tecnologia spazzò via la precedente. Progressivamente anche gli altri costruttori, da Pirelli a Goodyear a Bridgestone, passarono a questa tecnica.

L’idea del principio di carcassa a tela radiale risale al 1915, un brevetto dell’inventore americano Arthur W. Savage. Tuttavia nessuno passò mai allo stadio di realizzazione pratica. La Michelin sviluppò indipendentemente la tecnica fin dai tardi anni ’20. Lo sviluppo fu affidato ad un team diretto da Marius Mignol. La casa diffuse inizialmente il Michelin X sui modelli della Citroën, acquisita nel 1934. Traction Avant e la popolarissima 2CV furono quindi le ambasciatrici di questa nuova tecnologia che avrebbe trasformato per sempre il mondo dell’automobile. Il Bibendum (l’omino Michelin) rotolò e rimbalzò sempre più contento.

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